Squilibrio – Mario Ceroli – 1987

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L’opera che andremo a scoprire e ad analizzare è una pietra miliare della scultura moderna italiana ed internazionale, la quale ha avuto un processo grafico e strutturale di sviluppo e che ha vissuto  molte e diverse vite declinate in svariati ambiti.

La prima versione dell’opera nacque nel 1964 denominata “Uomo di Leonardo”, una scultura pressoché bidimensionale, ma che tende ad avere uno spessore ampio, ma non ancora sviluppato a pieno su tre dimensioni.

Qui il parallelismo con l’uomo vitruviano leonardiano è evidente e seguito meticolosamente da Ceroli, poiché ne rispetta le misure e le simmetrie, il corpo dell’uomo è perfettamente inscritto sia in un cerchio che in un quadrato, l’uomo è in un equilibrio armonico proprio come da Vinci aveva disegnato e progettato il suo.

La particolarità si trova nella personificazione che Mario Ceroli dona alla sua opera, non un qualsiasi uomo posto al centro, come aveva fatto Leonardo, ma bensì un autoritratto dell’artista stesso (Mario Ceroli) adesso è posto da baricentro delle proporzioni vitruviane.

Nel Settembre del 1967 nacque la seconda versione in occasione della mostra “Trigon” a Gratz, in Austria, una sorta di Biennale alla quale parteciparono tre nazioni, l’Italia, l’Austria e la Jugoslavia.

Il tema di quell’edizione fu l’ambiente, il maestro Ceroli ebbe quindi l’idea di sviluppare la sua idea di uomo vitruviano e di attuarla in tre dimensioni, inscrivendo l’uomo in una sfera e in un quadrato, “dando vita” all’uomo dei canoni rinascimentali perfetti.

Successivamente questa sua importante idea venne a contatto con il grande pubblico grazie alle sue installazioni scenografiche al Teatro Stabile di Torino durante la stagione 1967/68, dove venne messo in scena il “Riccardo III” di Shakespeare, interpretato dal celebre Vittorio Gassman.

Qui la scultura di Ceroli venne esibita sul palco come scenografia, insieme ad altre opere, ma mancante della scultura umanoide fisica all’interno delle figure geometriche, poiché spettava all’attore sul palco interpretare l’uomo vitruviano inserito nell’installazione.

Nel 1984 il maestro Mario Ceroli ebbe il grande onore di dare inizio ad una tradizione che perdura ancora oggi durante le Olimpiadi e che segue gli atleti italiani e celebra la genialità e l’arte della nostra nazione nel mondo, ovvero venne scelto e selezionato come simbolo della nascita di Casa Italia dal CONI.

Casa Italia infatti venne creata proprio nel 1984 per le Olimpiadi che si tennero in America a Los Angeles.

La scultura del maestro venne portata in America per tutta la durata dei giochi olimpici e successivamente riportata in territorio nazionale.

L’opera divenne un simbolo per l’Italia durante quel frangente storico poiché venne posta e fatta veicolare su monete commemorative dell’evento e su inviti ufficiali dei giochi.

 

 

 

 

 

 

 

L’opera avendo acquisito negli anni e nelle sue varie esibizioni pubbliche una sua identità ed una sua simbologia, attirò notevolmente l’attenzione per questa sua capacità di essere un ponte di congiunzione tra il periodo del Rinascimento con il nostro massimo interprete e genio che fu la figura di Leonardo Da Vinci e la nostra storia contemporanea più recente.

Nel 1987 il maestro Ceroli decise di donare per far vivere e far dialogare il mito di Leonardo una sua versione dell’opera fatta di legno e bronzo che si erge in piazza Guido Masi, dietro al Castello dei Conti Guidi nella città di Vinci, paese natale di Leonardo; da allora l’opera risiede come monumento cardine nello splendido paesaggio delle campagne toscane e accoglie ogni anno migliaia di turisti da tutto il mondo che vengono a celebrare la figura del dotto italiano.

Avendo acquisito questa rilevanza storico culturale e comprendendone la continua attualità e forza dell’opera, un altro esemplare della scultura venne in seguito acquistato da Alitalia e posizionato all’interno dell’aeroporto internazionale di Roma – Fiumicino Leonardo da Vinci; negli anni l’opera è diventata un vero e proprio simbolo dell’aeroporto e dei viaggiatori.

Venne ristrutturata con un’aggiunta di una base in vetro nel 2017 con un richiamo ad una sonda spaziale al suo interno, come a voler simboleggiare la volontà di concentrarsi sull’idea del viaggio e della possibilità futura.

 

Sempre nel 1987 venne creato un piccolo multiplo in bronzo, si tratta dell’opera che è possibile ammirare presso la nostra Galleria d’arte a Torino, la scultura è firmata e numerata in 100 esemplari da Mario Ceroli.

La destinazione di questa opera però non era per il commercio nel settore dell’arte di compravendita tra Gallerie, mercanti e collezionisti, ma venne realizzata appositamente per il Ministro dei Trasporti della Repubblica Italiana, come si può notare dal logo impresso nel bronzo dentro la base dell’opera.

Ovviamente questa particolare destinazione ha reso ulteriormente rara la scultura e ha donato prestigio all’opera del maestro Ceroli.

Per questo motivo riteniamo un grande onore e piacere poter ospitare questa creazione nella nostra Galleria d’arte.

Squilibrio ha trovato collocazione in un’altra monumentale esposizione pubblica presso il Centro Direzionale a Napoli nel 1990.

La scultura venne posizionata al centro di una stupenda costruzione immobiliare e diede l’avvio ad un’importante riqualifica sul territorio.

L’opera è stata anche esposta nel 2025 nella più importante fiera d’arte italiana ArteFiera a Bologna con collezionisti nazionali ed internazionali che hanno potuto ammirarla.

Squilibrio sarà anche presente al centro del percorso espositivo dedicato a Mario Ceroli che avverrà con una sua mostra personale a Marzo 2026 a Firenze.

Dulcis in fundo Squilibrio è stata listata nel Catalogo Generale dei Beni Culturali Italiani, un riconoscimento che proietta la scultura nel Gotha delle opere d’arte italiane.

 

Apporto critico all’opera scultorea “Squilibrio” dell’artista Mario Ceroli del 1987

L’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci non rappresenta solo un vertice della tecnica artistica, ma anche l’estrinsecazione visiva di un intelletto superiore; un’effigie immortale, incisa indelebilmente nel patrimonio mnemonico dell’umanità. 

In quest’opera, l’essere umano è iscritto contemporaneamente nel perimetro del cerchio, emblema della perfezione celeste e del Cosmo, e nei limiti del quadrato, che corrisponderebbero alla proiezione della dimensione tangibile nonché terrestre.

Colui che è in grado di abitare questa duplice geometria è considerato l’uomo mediatore tra il disegnante del creato e il disegnato.

È l’uomo capace di comprendere le due dimensioni, potremmo definirlo un ambasciatore della Creazione, il quale incarna appieno l’antropocentrismo rinascimentale, in cui l’individuo è misura di tutte le cose.

Tuttavia, nell’opera “Squilibrio” di Mario Ceroli, questa centralità subisce una frattura drammatica, infatti l’individuo non “abita” più il centro geometrico, ma lo attraversa freneticamente, rinunciando o addirittura ignorando la stasi metafisica di Leonardo. 

La nostra stessa percezione dinanzi alle due versioni muta radicalmente: di fronte al disegno di da Vinci, il nostro sguardo è guidato dall’indagine analitica e dall’ammirazione per canoni estetici assoluti, riuscendone a comprendere l’interezza con uno sguardo.

Per quanto riguarda Squilibrio è già differente il modo di vedere l’opera, infatti la visione si fa frammentaria: intuiamo la figura centrale ma non riusciamo a coglierne la pienezza.

La struttura della scultura sembra quasi una gabbia geometrica, ne nasconde i tratti, impedendo all’uomo di esercitare la sua funzione di ambasciatore e riducendolo a un atavico ricordo remoto, un antenato del quale non si ricorda più la discendenza.

 Se il vitruviano leonardiano è l’archetipo della virtù universale, l’uomo moderno di Ceroli appare come un soggetto indebolito, quasi corrotto dalla propria dinamicità.

Ceroli ci suggerisce che l’uomo contemporaneo è un vitruviano che ha perso il cerchio: un essere che conserva sì la memoria della propria dignità universale, ma che deve imparare a stare al mondo nell’incertezza, facendo della propria instabilità, del proprio squilibrio, l’unica autentica forma di equilibrio possibile.

Su questa base teorica, l’opera del maestro Ceroli ci suggerisce che lo “squilibrio” non è un errore della forma, ma la condizione essenziale della modernità.

Questa rottura richiama a pieno il tormento del Novecento letterario.

In seguito alla profezia nietzschiana sulla “morte di Dio”, intellettuali come Pirandello, Svevo, Kafka, Camus, Sartre e Scheler hanno analizzato, ognuno di loro con la propria sfumatura,  l’alienazione dell’individuo rispetto a una società che egli stesso si è costruito, ma in cui non possiede più peso né senso.

Mentre l’ideale rinascimentale tendeva a un’ascesa intellettuale e spirituale, l’uomo odierno sembra ripiegarsi su se stesso.

Di conseguenza se l’uomo di Leonardo era un monumento alla potenzialità, l’uomo di Ceroli è un monumento alla centralità. 

E ciò ci pone di fronte ad un bivio: rimanere squilibrati come in questo frangente storico oppure cercare di recuperare la distanza che si è creata tra noi e l’altro oltre noi.

Le difficoltà sono immense, ma trovo sia un giusto ideale a cui voler tendere, per questo l’immagine di Leonardo ci parla ancora dopo secoli, credo che siamo sempre stati in dialogo con l’uomo vitruviano, abbiamo pensato fosse il retaggio di un nostro antenato comune, una primordialità coniugata con la modernità, uno specchio per poter vedere la perfezione verso quale l’uomo non smetterà mai di tendere, verso quale ci bruciamo costantemente pur di afferrarla.

Ceroli ci ha ricordato il posto nella nostra dimensione, la nostra finitezza mortale nella quale siamo collocati, ma le nostre braccia proprio come nel disegno di Leonardo, la nostra volontà insita di toccare l’infinità del Cosmo, della conoscenza, del sapere, le braccia saranno sempre protratte a intercettare quel dito divino michelangiolesco.

In conclusione vorrei lasciarvi con una frase del celebre “padre della biodiversità” Edward O. Wilson:

“Il vero problema dell’umanità è questo: abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medievali e tecnologie divine.”

Senza equilibrio siamo destinati a cadere.

Testo di Nicola Fas

“Vita brevis, Ars longa”

Ippocrate

 

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