“Il trovatore nella stanza del mistero”

Giorgio de Chirico (Volos 1888 – Roma 1978)

 

 

 

Ci troviamo nel 1973, ultimo periodo dechirichiano della neometafisica (1968-1978) nel quale il

Pictor Optimus ormai esperto e realizzato richiama il suo primo periodo metafisico (1910-1918)

elaborandone i concetti ed i segni in maniera sicura e totalizzante.

Esplicativo è il titolo di questa opera ed incredibilmente primordiale per le idee e le scoperte

metafisiche di de Chirico.

Il “mistero” è stato uno snodo imprescindibile, ma sopra ad ogni cosa rivoluzionario per la pittura

del maestro, è evidente il collegamento ed il richiamo ai primi tre titoli e di conseguenza ai primi

tre dipinti metafisici del 1910, che all’epoca vennero intitolati come “enigmi”, in questa nostra

opera abbiamo una declinazione dell’enigma o per meglio dire il contenuto implicito di esso

nonché il mistero.

Poiché il mistero è il contenuto di un enigma, così questa opera è il contenuto della pittura di

Giorgio de Chirico, in quanto ne viene esplicata la quasi totalità di essa.

La scena che si mostra di primo impatto ai nostri occhi può risultare semplice, una stanza

pressoché vuota se non per un manichino e due intrecci di volute che sembrano animarsi e

indossare i panni di due figure che si ergono al fianco del nostro trovatore.

La realtà dell’immagine è questa, ma la realtà metafisica è più sfaccettata e complessa.

Considerato che questo secondo tipo di realtà racchiude in se tutto il sapere e tutti i pilastri che

de Chirico ha creato o dai quali ha saputo trarne uno spunto proviamo ad analizzarla meglio.

Ne “Il trovatore nella stanza misteriosa” vi ritroviamo quelle ombre che scivolano a terra proprie

delle incisioni di Max Klinger, che il nativo di Volos ha saputo assimilare, rievocare ed usare sin

dagli albori della sua carriera riuscendo a darne un volume e spesso a renderle protagoniste tanto

sulla tela quanto sulla carta con gli scritti dei critici d’arte.

Sicuramente anche le squadre che troviamo nei dipinti di Carl Blechen, esposti a Monaco dove da

studente de Chirico le vide per la prima volta, diventeranno parte integrante per il supporto dei

manichini dechirichiani e delle sue costruzioni teatrali, ed ancora , descritta amabilmente da

Philippe Daverio, questa “melanconia idilliaca” che pervade l’opera infiltrandosi nell’aria e nella

stesura dei colori che trascende la dimensione reale per far provare sentimenti particolari e

profondi nell’osservatore.

Questo ultimo tassello della melanconia idilliaca Giorgio de Chirico la fece propria carpendo e

ammirando le opere di Arnold Böcklin.

Böcklin non fu solo una sorgente di ispirazione dove de Chirico negli anni si recò per rifocillarvisi,

il maestro svizzero è stato un punto di partenza in primo luogo, di arrivo in secondo e di sorpasso

in terzo, l’ammirazione per Böcklin fu così alta che de Chirico lo incoronò come “il pittore più

profondo”.

Questa profondità a cui de Chirico fa riferimento non è da intendersi in un senso tradizionale del

termine, ma ad un senso filosofico e nietzschiano del termine, a voler indicare non il superamento

di qualcosa, ma piuttosto lo smascheramento, non scavalcare, ma rivelare, quasi come per

arrivare a spostare il velo di Maya.

Lo studio dei dipinti di Böcklin, durante gli anni bavaresi, andò di pari passo per de Chirico con gli

studi dei libri del filosofo Federico Nietzsche che tanto cambiò de Chirico e tanto influenzò la

nascita della pittura metafisica.

Come appare dalle lettere del mastro inviate a Fritz Gartz, suo amico di studi di Monaco,

Nietzsche è un arco di volta che sorregge l’intero edificio metafisico, colui da seguire se si vuol

capire veramente la realtà, colui che si deve comprendere per arrivare alle profondità del sapere.

Infatti in uno scambio epistolare del 26 dicembre 1910 il maestro enuncia: “Io sono l’unico uomo

che ha compreso Nietzsche – tutte le mie opere lo dimostrano” e nella medesima lettera un

giovane Giorgio de Chirico afferma: “Ho dipinto dei quadri che sono i più profondi che esistono in

assoluto”, questo fu il suo annuncio della scoperta e dell’approdo alla metafisica e i quadri

descritti in questo scambio epistolare non sono nient’altro che gli “enigmi” precedentemente

citati, per usare le parole del maestro: “Et quid amabo nisi quod aenigma est?”.

L’enigma, il mistero sono stati per Giorgio de Chirico una fucina di idee iniziale per poter giungere

successivamente al suo credo finale, infatti il completamento della sua opera avvenne quando

comprese che il mistero da solo non poteva generare la profondità da lui cercata, esso doveva

essere inserito nel giusto contesto teorico.

E giungiamo con un altro passaggio della stessa lettera a comprendere quantomeno le

caratteristiche generali di questa metafisica, enunciata da de Chirico con un’interessante

descrizione di questi dipinti: “I miei quadri sono piccoli (il più grande 50-70 cm), ma ognuno di

essi è un enigma, ognuno contiene una poesia, una atmosfera (Stimmung), una promessa, che Lei

non può trovare in altri quadri.”.

Questo secondo il maestro è il giusto contesto nel quale porre l’enigma, con questi elementi

giungiamo alla metafisica e ad un’altra sua celebre frase: “Et quid amabo nisi quod rerum

metaphysica est?”

Ed ecco che in questa nostra opera troviamo tutti questi punti elencati da de Chirico, la poesia, a

livello di lirismo composizionale, la disposizione delle volte antropomorfizzate in dialogo con il

trovatore, la Stimmung, che primo su tutti de Chirico creò e che venne descritta in seguito da

Heidegger come uno stato d’animo, un sentimento che viene detto “das Unheimliche”,

l’inquietante, il completo spaesamento successivamente cristallizzato da Freud nel 1919 come ciò

che è nascosto nel quotidiano, ovvero l’enigma del familiare, ovvero il mistero dechirichiano.

Giunge in noi la volontà di sapere quale sia il terzo punto, a cosa si riferisca questa promessa che

de Chirico vuole inserire nel suo quadro, dovremo quindi scrutare meglio l’opera in cerca di altre

risposte, in cerca di altri enigmi.

Focalizziamoci ora su un altro grande protagonista dell’opera, al di là del trovatore, la voluta o per

meglio dire le volute.

Queste volute sembrano riprendere il concetto che de Chirico volle inserire attraverso le due

fontane poste ai piedi della statua funebre di Giorgio de Chirico stesso ne “L’enigma di un

pomeriggio d’autunno”, opera del 1910 che è stata oggetto delle descrizioni precedenti degli

estratti epistolari.

Il concetto a cui faccio riferimento è ciò che Zarathustra spiegò al nano che portò sulle spalle

della montagna e che lasciò poi ad un crocevia.

Nella nostra opera vi sono queste volute sferiche che si avviluppano in una spirale che sembra

senza fine, esse stanno a rappresentare da un lato la via dell’infinità del tempo nel passato,

dall’altro la via dell’infinità del futuro.

Queste vie del tempo nel racconto di Nietzsche si incontrano nel crocevia, su cui spiega

Zarathustra, sta scritto il suo nome: l’Istante, nell’Istante in cui per la coscienza si attua il loro

incontro, si compie e si comprende l’eterno ritorno dell’uguale, l’Eternità.

In questa ottica il trovatore si trova posto nel crocevia, tra le due vie del tempo infinito che sono

rappresentate da queste volte, si trova nel luogo dell’Istante, nel punto di massima comprensione

dell’eternità ed ecco il ruolo del trovatore, lui è un testimone sub specie aeternitatis, una fonte

inesauribile di sapienza.

Il mio pensiero è fisso su questo trovatore, mi pare che di fronte a lui siano transitate infinite vite e

che le abbia ascoltate tutte, ognuna in cerca di confronto, tutte in cerca di conforto.

Come testimone non verbale non può elargire la verità, non riesce a dirla, ma può fungere da

testimone ecumenico e da tramite per la ricerca che noi dobbiamo affrontare nell’Istante, nel

nostro tempo e questa infine è la promessa dechirichiana.

 

“Maestro, oggi mi sembra proprio felice…

Ma lei, insomma, è felice o malinconico?”

“Sono felice e sono anche malinconico,

come vuole lei”

Giorgio de Chirico intervistato

da Franco Simongini (Rai 1977)

 

Testo di Nicola Fas