La semplicità estetica di quest’opera del 1969 va a premiare la precocità a livello

temporale dell’idea concettuale della cancellatura di Isgrò.

L’anno è fondamentale poiché il primo segno della “cancellatura” il maestro siculo lo

eseguì nel 1964, di conseguenza la nostra opera dista solamente 5 anni da una grande

rivoluzione artistica grafica e artistica concettuale.

Il paragone corretto sarebbe quello di vedere, e avere, uno dei primi “Concetti Spaziali” di

Fontana o una delle prime “Combustioni” di Burri.

Compresa l’importanza cronologica, dobbiamo anche comprendere l’importanza e

l’attenzione che il mercato dell’arte dona ai vari periodi dei cicli pittorici degli artisti.

La critica e di conseguenza il mercato premiano sempre i periodi limitrofi alle grandi

scoperte, poiché si inseriscono in un determinato contesto storico culturale nel quale

spesso queste grandi idee ribaltano o profetizzano determinati assiomi ritenuti come

giusti e inviolabili nella società.

Emilio Isgrò con la cancellatura è stato un grande precursore della notifica della

svalutazione e della decadenza della parola, del linguaggio, del valore che le parole

possiedono, un fenomeno che oggi giorno stiamo vivendo più che mai.

Il maestro iniziò a denunciare nel 1964 ciò che ora è quotidiano, papabile, notiamo questa

mancanza di valore della parola, intesa come oggetto veicolante di idee, declinabile in

tutte le sue forme, dai dibattiti televisivi, nei notiziari cartacei, nella divulgazione da parte

dei mass media e nella sempre minore società lettrice che stiamo andando a creare.

Meno parole, meno cultura in circolazione, ma questo al di là di discorsi critici sull’arte,

nel sociale cosa comporta?

La capacità di ragionare, ed aggiungerei la capacità di ragionare con un pensiero critico e

proprio, è dettata dalla quantità e qualità dei vocaboli che un individuo possiede; non

possiamo pensare oltre alle parole che conosciamo, come non si può costruire una casa

senza tutto il materiale occorrente, più viene a mancare il materiale meno la casa sarà

completa, stabile, attuabile.

Limitando le parole si limitano anche i concetti che uno può creare e la capacità di

esprimerli o di esprimersi.

Compreso l’assioma di meno parole uguale meno pensieri, il lavoro di Isgrò assume un

valore altissimo a livello culturale ed artistico.

Celare le parole dietro alla cancellatura è un modo del maestro per far nascere la curiosità

al fruitore dell’opera, un modo per consigliarci di andare a esplorare sotto alla parola, ad

immaginare cosa ci poteva essere in rapporto a ciò che viene lasciato “libero” di essere

letto.

Un processo concettuale, di scoperta, di indagine, di riflessione sulle parole e sulla loro

disposizione, quasi come se Isgrò assumesse il ruolo pedagogico di insegnante, nonchè

di intellettuale.

Ma Isgrò non è solo un “docente”, è anche un creatore di nuove regole sintattiche e

formali, uno sviluppatore di storie nuove, ma anche un attento satirico, il maestro è ciò

che un intellettuale dovrebbe essere un “risvegliatore delle coscienze”.

Emilio Isgrò quindi si pone nella storia dell’arte come un guardiano della parola e per

estensione della cultura, un ruolo fondamentale che sempre più necessitiamo.

Perchè dobbiamo ricordarci che l’importante è avere qualcosa da dire, l’importante è

avere una parola da cancellare.

Testo di Nicola Fas

“Vita brevis, Ars longa”

Ippocrate